La nuova sanità italiana: il piano di Speranza da 65 miliardi in 10 anni

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Una riforma imponente: la Germania come modello, circolarità, Case e Ospedali di Comunità, e rinnovati sistemi di gestione della rete. Con i soldi del Recoveri Fund e, forse, anche del Mes


ROMA. La riforma della sanità italiana passa per un piano organico da 65 miliardi in dieci anni, parzialmente finanziato dal Recovery Fund – forse anche dal Mes. È questo ciò a cui sta lavorando il ministro della Salute Roberto Speranza.

Il Corriere riporta in anteprima il documento, intitolato “Proposta di Piano sanitario Riforma e Resilienza”. L'ultima versione è stata inviata ieri al ministro per gli Affari europei Enzo Amendola, per avviare un iter di confronto con le Regioni e in Consiglio dei ministri, e in vista di un approdo finale in Europa. Si lavora a un modello di sanità circolare, nel quale il cittadino viene preso in carico dal sistema, gli ospedali saranno solo per pazienti gravi e i dati saranno messi in rete. Il tutto concentrandosi sulla medicina territoriale, del valore di 25-30 miliardi, mentre altrettanti sono destinati al piano decennale di ammodernamento degli ospedali. Nel Recovery plan, i fondi europei destinati alla sanità sono stati stimati in 9 miliardi dal premier Giuseppe Conte: a questi si aggiungono i 4 del bilancio ordinario.

Soldi a pioggia, insomma, per un sistema in crisi: in Italia, il Paese più anziano d’Europa, ci sono 24 milioni di malati cronici, con enormi disomogeneità tra Nord e Sud (sempre il Corriere riporta che i posti letto ogni mille abitanti per gli over 65 nelle Rsa sono 40 a Bolzano, 24 in Piemonte, 3 al Sud, NdR) – solo Veneto ed Emilia Romagna hanno sviluppato modelli propri, ed è su questi esempi che si vuole costruire un modello nazionale nuovo. La spesa per il personale sanitario si aggira sui 35 miliardi, ma per attuare il piano serve aumentarla di almeno 2 miliardi all’anno. Si sono perse infatti negli ultimi anni 45 mila unità, ma si prevede di recuperarne 60 mila. Non sono tanto i medici il problema, quanto gli infermieri: non vengono assunti a livello regionale perché, di fatto, ce ne sono pochissimi.

Una prima grande novità è l’introduzione delle Case della Comunità: circa 6mila strutture su tutto il territorio – in media una ogni 10mila abitanti – aperte 24 ore, dove équipe formate da medici di famiglia, infermieri e specialisti lavoreranno avendo a disposizione tutti gli strumenti d’analisi e di telemedicina. Oltre a questo, l’estensione dell’assistenza domiciliare, con un obiettivo di copertura del 10 per cento contro l’attuale 4. Numeri che ci accomunerebbero alla Germania. Infine, gli Ospedali di Comunità: circa 1200 strutture d’assistenza intermedia, più ‘agili’ di un tradizionale nosocomio, da 25 posti per degenze brevi di massimo 8-10 giorni. A questi si aggiungono hospice, consultori e centri per la salute mentale. Si vuole anche definire un nuovo sistema nazionale di protezione ambiente, salute e clima.

Tutto il sistema sarà gestito dai cosiddetti Siot, ‘Sistema di Integrazione Ospedali Territori’, uno circa in ogni Asl. A differenza del 118, i Siot saranno contattati soprattutto dagli operatori, che prenderanno in carico i pazienti per far sì che le persone siano accompagnate, dalla prevenzione alla cura. E per le scuole è prevista la figura dell’Assistente sanitario, a metà tra infermiere e tecnico della prevenzione: uno ogni mille studenti. Si vogliono inoltre sviluppare le farmacie dei servizi.

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