Non c'è solo il Covid: all'orizzonte nuove possibili epidemie. Ecco le zone più a rischio

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Quasi novecentomila microrganismi potrebbero provocare pandemie nei prossimi anni. Più efficace prevenirle che combatterle, come insegna la lezione del coronavirus attuale


Mentre da più parti è stata paventata l’ipotesi di una terza ondata della pandemia di coronavirus tra febbraio e marzo del 2021, il mondo della scienza a livello internazionale si interroga su come poter limitare l’impatto di nuove epidemie in futuro e le conseguenze drammatiche che si sono viste con quella attuale, in termini di contagi e perdite di vite umane. 

Un interrogativo comprensibile se si tiene conto che allo stato sono 1 milione e settecentomila i virus ignoti, la metà dei quali pronti a fare il salto di specie.

A lanciare l’allarme, così come rivela Repubblica.it, sono stati gli esperti delle Nazioni Unite che si occupano del monitoraggio della biodiversità e degli ecosistemi. Secondo il rapporto stilato dall’organismo scientifico denominato Ipbes, solamente in mammiferi e uccelli risiedono circa 1,7 milioni di virus.

L’ipotesi più preoccupante riguarda il fatto che in futuro le epidemie potrebbero essere più frequenti. “Questo a causa della maggiore interazione fra essere umano e animale causata da vari fattori”, sottolinea Anna Cereseto, ordinaria di virologia all’Università di Trento, dall’aumento della popolazione globale alla povertà, insieme alla presenza di cambiamenti climatici e ambientali che causano lo spostamento di intere comunità umane e animali, sempre più a contatto fra loro”.

Per queste ragioni, prosegue l’esperta, bisognerebbe cominciare a pensare ai cambiamenti climatici come una minaccia non solo per l’ambiente e per il nostro pianeta, ma anche per la nostra salute.

Una mappa in uno studio su Lancet mostra che le zone più a rischio dell’origine di una futura pandemia sono soprattutto quelle della Cina, dell’estremo Oriente e dell’India, seguite poi da quelle dell’Africa sub sahariana e nella parte vicino alla costa nordoccidentale, dell’Europa e dell’America centrale e meridionale, nonché la regione orientale degli Stati Uniti. La mappa è stata realizzata sulla base di un banca dati sulle infezioni emergenti che contiene informazioni a partire dal 1940.

“I motivi per cui le regioni asiatiche sono più intaccate - spiega Cereseto - sono sia di natura demografica, per l’alta densità della popolazione e per i cambiamenti nella sua distribuzione. Ma sono anche di natura economica, se pensiamo agli allevamenti intensivi – questo ovunque – o sociale, legati a usi e tradizioni locali, come la macellazione e la vendita di animali selvatici. In realtà in qualsiasi parte del globo terrestre, e non solo in Asia, ci sono stati nuovi patogeni che in qualche momento hanno messo in pericolo la specie umana”.

Cosa fare per difenderci? “Dovremmo iniziare ad accettare il fatto che da sempre, e anche ora, le infezioni virali possono minacciare la nostra salute, come qualsiasi altra malattia”, sottolinea Cereseto, “e questa consapevolezza potrebbe aiutarci anche a mettere in atto tutte le risorse per proteggerci al meglio”.

Le epidemie e le pandemie esistono e sono sempre esistite e non c’è ragione di pensare che nel mondo contemporaneo un virus non possa colpirci contagiando milioni di persone e causando centinaia di migliaia di decessi, come per il Sars-Cov-2. “Oltre a ripensare al nostro impatto sull’ambiente, potremmo migliorare aspetti pratici, come la gestione di una pandemia”, conclude la virologa. “A mio avviso, in molti casi è mancata una buona comunicazione fra ricercatori, come virologi ed epidemiologi, che fin dall’inizio dell’epidemia conoscevano il potenziale rischio pandemico, e le istituzioni e i governi. Questa comunicazione, infatti, avrebbe favorito una risposta e un’adozione ancora più tempestiva di tutte le misure e le strategie che stiamo mettendo in campo adesso e dunque avrebbe permesso di affrontare meglio l’epidemia”.

 

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