CoronaCoin, una criptovaluta per scommettere sui morti Covid, sequestrato sito online

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Le quotazioni salivano con il numero dei decessi. In azione, per ben due volte, la Procura di Roma per mettere fine alla macabra sfida sulla pelle delle persone


Al peggio non c’è fine. Mai ‘detto’ più calzante per commentare la creazione di una piattaforma online dove, grazie alla criptovaluta ‘CoronaCoin’, si può scommettere sui morti per Covid. Quotazioni in salita ogni nuovo decesso, per una sfida che definire della vergogna è poco.

Di questa moneta virtuale, chiamata anche “CoronaToken”, - riferisce Il Giornale - sono stati coniati più o meno 7,6 miliardi, il numero esatto della popolazione mondiale e il numero dei gettoni viene aggiornato, ogni due giorni, guardando i dati dell’epidemia: per ogni morto da coronavirus eliminato un token.

Lo scorso ottobre, la Procura della repubblica di Roma è riuscita a ottenere il sequestro del sito in questione “covidtoken.org ”, con centrale operativa in America. Tuttavia, un nuovo portale ad hoc è stato creato e la macabra attività è ripartita. Gli inquirenti hanno così ripreso le indagini, giungendo a un nuovo provvedimento.

A portare a galla il caso è stata una denuncia della Consob ai pubblici ministeri della Capitale – si legge - per presunte irregolarità nella promozione di certi servizi proposti sul sito incriminato. In seguito alla segnalazione il sostituto procuratore Maurizio Arcuri ha aperto un fascicolo, con conseguente ipotesi di reati di intermediazione finanziaria abusiva e truffa. “Chiunque esercita l'attività di promotore finanziario senza esservi abilitato”, come recita l'articolo 166 del decreto legislativo n.58 del 1998, viene punito con la detenzione in carcere dai 6 mesi ai 4 anni. Per quanto riguarda invece la truffa, sul sito veniva spiegato che il 20% degli introiti incassati grazie alla vendita dei gettoni sarebbe stato donato alla Croce Rossa italiana come aiuto alla lotta al coronavirus. Ovviamente era una bufala.
L’ideatore di queste macabre scommesse è stato Alan Johnson, dal 26 febbraio più volte criticato sul web, ma evidentemente non abbastanza.

 

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