Vaccino anti-Covid, per l’immunità serve un mese: ecco perché

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Le risposte alle domande più frequenti a seguito delle positività accertate dopo la somministrazione della prima dose


Va avanti, seppur a diverse velocità, la campagna vaccinale anti-Covid in Italia. Negli ultimi giorni sono state accertate delle positività al virus anche dopo la somministrazione della prima dose. Ma perché ciò accade? La Repubblica sintetizza le domande più frequenti sulla questione e le risposte sono state affidate a Andrea Cossarizza, immunologo dell’università di Modena e Reggio Emilia.

1- Ci si può ammalare dopo il vaccino?
Nei primi giorni sì, perché la protezione non è immediata. È stato visto anche nelle sperimentazioni. I primi anticorpi, ancora imperfetti, compaiono una decina di giorni dopo l’iniezione. A 2-3 settimane dal vaccino la protezione è intorno al 70%. Poi si somministra la seconda dose e dopo un’altra settimana si ottiene la protezione massima, che per i prodotti di Pfizer-BioNTech e Moderna è del 95%. Vuol dire che il 5% dei vaccinati non è protetto nemmeno dopo questo periodo di tempo. L’unico modo per scoprirlo è fare un test sierologico e vedere se si hanno gli anticorpi nel sangue.

2 - Perché occorre tutto questo tempo?
La formazione della memoria immunitaria è un processo complesso, che avviene in più tappe. “La funzione del vaccino è indurre alcune delle nostre cellule a produrre la proteina spike del coronavirus - spiega Cossarizza - La spike è la punta della corona del coronavirus ed è la parte che il nostro sistema immunitario impara a riconoscere e bloccare per frenare l’infezione. La produzione e il riconoscimento della spike nel nostro organismo è solo la prima fase dell’attivazione del sistema immunitario, e da sola richiede alcuni giorni”.

3 - Come avviene l’attivazione del sistema immunitario?
Quando la spike viene riconosciuta dal sistema immunitario, c’è una prima fase di attivazione. “I linfociti B cominciano a produrre anticorpi, che compaiono circa dieci giorni dopo il vaccino - prosegue Cossarizza - Si chiamano IgM e sono ancora piuttosto ‘grezzi’. Si dice che sono anticorpi poco affini. Si comportano come una chiave capace di girare in molte serrature, ma non troppo efficiente”. Dopo dieci giorni inizia una nuova fase di attivazione: il cosiddetto “switch di classe”. I linfociti B iniziano a produrre anticorpi di classe diversa, le IgG, molto più affini.

4 - Con l’arrivo degli anticorpi siamo finalmente protetti?
Ancora non è finita. Nemmeno l’arrivo dei primi anticorpi IgG, a partire dal decimo giorno dopo il vaccino, indica che la protezione è veramente efficace. “I linfociti B e anche quelli T iniziano a subire un processo di affinamento che li rende sempre migliori - spiega Cossarizza - I linfociti B subiscono una serie di mutazioni casuali che ne migliorano la qualità. Quindi solo quelli più affini alla spike vengono mantenuti e proliferano diventando molto numerosi”. Tramite un processo di selezione naturale, con il tempo il sistema immunitario si dota di una popolazione di anticorpi sempre più affine al coronavirus ed efficiente.

5 - Perché è necessaria la seconda dose di richiamo?
Tre settimane dopo la prima dose, con la formazione di anticorpi IgG, si ha già una protezione attorno al 70%. “La seconda dose fa sì che il processo di attivazione del sistema immunitario si ripeta - spiega Cossarizza - Ma stavolta partendo direttamente dalle IgG e in modo ancora più efficiente”. Una settimana dopo la seconda dose l’efficacia è finalmente massima. Per quanto tempo dureranno gli anticorpi e la protezione del vaccino resta una domanda aperta. Si stima almeno un anno. Non sappiamo neanche se un vaccinato possa comunque restare contagiato, sia pur senza sintomi.

6 - Cosa accade se non si rispetta l’appuntamento per il richiamo?
Il richiamo deve avvenire dopo 21 giorni con il vaccino di Pfizer–BioNTech e dopo 28 giorni con Moderna e AstraZeneca-Oxford. Così il vaccino è stato sperimentato e ha dimostrato di funzionare. La Gran Bretagna ha annunciato però che darà la priorità alle nuove vaccinazioni, se necessario allungando i tempi per i richiami.

7 - L’attivazione sarà più debole con un ceppo di virus mutato?
La spike presentata dal vaccino al sistema immunitario, quella che lo fa attivare e che lui conserva in memoria, è presa dal virus di Wuhan, usato dai laboratori che si sono messi di corsa al lavoro sui vaccini lo scorso gennaio. Gli anticorpi generati dal vaccino potrebbero non essere più perfettamente affini, qualora la spike continuasse a cambiare forma a causa delle mutazioni del coronavirus.

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