Covid, origine della pandemia: ecco i segreti del Dragone

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Dai depistaggi alle false informazioni fornite dalla Cina sul virus. Il reportage che accende ulteriori interrogativi


ROMA/PECHINO. A circa due anni dallo scoppio dell’emergenza Covid-19, continuano le tensioni tra l’Occidente e la Cina per risalire all’origine della pandemia.
Il governo di Pechino è ripetutamente finito sotto accusa, specie da parte degli Usa, per aver verosimilmente nascosto dettagli importanti per ricostruire la genesi del virus.
Una dettagliata ricostruzione, a cura di Mediapart, compare oggi sul Fatto quotidiano con l’eloquente titolo: ‘Tutti i segreti di Pechino’. Ed ecco che si parla di scienziati messi a tacere, di tentativi di depistaggi (come quello di addossare al pangolino la responsabilità dell’epidemia) e soprattutto dell’attività del collettivo di medici Drastic che ha cercato, in parte riuscendoci, di aggirare la censura imposta dal Dragone.

Primo dettaglio, non di poco conto, messo in evidenza è che il bilancio ufficiale cinese dei danni causati dal Covid parla di 93mila contagi e di 4.743 morti a fine dicembre 2020: ossia poco più di tre morti per milioni di abitanti. Un dato decisamente poco coerente se raffrontato ai numeri del Belgio, primo Paese al mondo per tasso di mortalità da Covid, che riferisce di 1.436 morti per milione di abitanti.
Da qui la cronologia di tutte le menzogne di Pechino, dalla datazione al 31 dicembre per l’inizio della pandemia quando un membro cinese del gruppo internazionale di esperti di sicurezza creato dopo gli attentanti dell’11 settembre segnalava la presenza di un nuovo virus a Wuhuan già dal settembre del 2019. Ma tutte le informazioni sulle banche del sangue e circa altri dati sanitari di quel periodo sono inaccessibili, così come diversi medici (tra cui la nota oculista Li Wenliang) che avevano denunciato anomalie sono stati indagati dal governo.
Solo a gennaio la segnalazione della presenza del virus varca i confini nazionali e scatta a Wuhan il primo lockdown.
Ancora, a febbraio un gruppo di esperti dell’istituto di virologia di Wuhan segnala l’esistenza di un altro virus simile al SarsCoV2. Ma poi si scopre che tale patogeno era stato già isolato nel 2016 e non si conosce ad oggi il tipo di studi condotti in laboratorio su questo genere di virus, in particolare sulla penetrazione dello stesso nelle cellule polmonari: le banche dati dell’istituto sono bloccate dall’autunno del 2019. Poi nello stesso periodo, da studi condotti da ricercatori dell’Università di agricoltura della Cina, spunta l’ipotesi pangolino. Che però non ha mai trovato riscontri ufficiali e resta alla stregua di altre teorie: come quella dell’incidente di laboratorio o quella, emersa tra giugno e novembre 2020, del virus importato in Cina dall’estero attraverso alimenti surgelati. Infine l’ultimo scoop del Wall Street Journal, del 23 maggio 2021, che rivela come tre specialisti dell’Istituto di virologia di Wuhan fossero già stati ricoverati a novembre del 2019.

In tale ‘caos’ di informazioni, l’unica certezza sembra essere quella della difficoltà a raggiungere dati ufficiali, che sono stati secretati o addirittura distrutti. E intanto – si legge – l’ultimo rapporto demografico riporta la popolazione nel 2020 senza decessi, per evitare confronti con gli anni precedenti.

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