Da Mennea a Jacobs, da Barletta a Brescia: signori, questa è l'Italia

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Gli azzurri dell’atletica firmano una pagina storica dello sport nazionale. Clamorosa doppietta del velocista (nei 100 metri) e di Tamberi nell’alto. Riaffiorano i ricordi di Mosca 1980: quella volta si gareggiava nello stadio Lenin, oggi ha vinto un italiano nato da una coppia mista


 di Maurizio Cavaliere

Appena poche ore dopo, quello che è successo oggi allo stadio olimpico di Tokyo ha già il sapore della leggenda per lo sport italiano. Jacobs e Tamberi, rispettivamente con il primato europeo (9.80) e l’oro nei 100 metri e con l’altro splendido primo posto olimpico nel salto in alto, in un colpo solo hanno riabilitato l’atletica leggera italiana da anni non proprio facili, firmando con incastro incancellabile il grande libro della storia, proprio come 41 anni fa fecero i grandissimi Pietro Mennea e Sara Simeoni.

Già, perché quelle di oggi ai giochi olimpici giapponesi sono imprese per le quali, una volta tanto, l’aggettivo ‘epico’ non suona esagerato.

Tutto è successo in pochi minuti, precisamente venti. È toccato a Marcell Jacobs polverizzare il passato, come un ghepardo affamato sulla terra battuta. Mai in 125 anni di Olimpiadi un italiano era approdato a una finale delle disciplina più amata della regina degli sport, i 100 metri piani, appunto. Figuriamoci correre poi la finale, vincere l’oro e migliorare di altri 4 centesimi di secondo il primato europeo appena conquistato in semifinale. Follia pura pensarlo solo qualche giorno prima, nonostante il poliziotto 26enne cresciuto a Desenzano del Garda fosse arrivato a Tokyo con uno strepitoso 9.95, ottenuto a Savona il 13 maggio scorso, da presentare agli avversari come biglietto da visita non troppo gradito. Grandioso il suo affondo sul rettilineo della gloria. A dargli ulteriore carica, dopo la semifinale, era stato proprio il suo collega d’oro Gianmarco Tamberi che, venti minuti prima, con un balzo di 237 centimetri si era andato a prendere in cielo, ex aequo con il qatariota Mutaz Essa Barhim, l’oro più puro di tutti: quello olimpico.

Hanno tanto in comune le vittorie di Mennea (200 metri) e Simeoni (da favorita nell’alto) da una parte e quelle di Jacobs e Tamberi dall’altra. Oggi l’atletica non è più lo sport nazional-popolare di una volta, ma c’è da scommettere che i nuovi alfieri azzurri, le cui gesta resteranno immortali come quelle degli Dei dell’Olimpo, riusciranno a riaccendere il sogno a cinque cerchi di tanti bambini e ragazzi italiani che hanno gioito con loro, oggi, a diecimila chilometri di distanza.

Eh sì, è passata una vita dai Giochi olimpici del boicottaggio di Mosca 1980 a quelli della speranza post pandemica di Tokyo, eppure siamo ancora lì. L’Italia dell’atletica leggera vola letteralmente e conquista la vetta dell’Olimpo. Abbiamo un po’ tutti la pelle d’oca, oggi come allora. Con una enorme macchia azzurra come il mare, Mennea e Simeoni in due giorni squarciarono il grigio della guerra fredda in uno stadio che portava il nome di Lenin, mentre oggi (venti minuti dopo Tamberi) a vincere è stato un italiano vero con la pelle scura, nato da una coppia mista: è il bello dello sport, che non conosce differenze e favorisce l'integrazione, come auspicato anche dal presidente Coni Giovanni Malagò, ieri, durante la festa post medaglie. Il tempo cambia tutto, cambia la storia del mondo, o forse no, cambiano solo gli interpreti e aumenta la velocità. Meglio non avventurarsi oltre con le considerazioni extrasportive. Per ora ci accontentiamo di essere italiani e di detenere, a partire da oggi, i primati europei della velocità nei 200 e nei 100 metri. Da Mennea a Jacobs, da Barletta a Brescia: signori, questa è l’Italia.

 

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