Smartphone a scuola: quando dire ‘no’ è più facile

Smartphone a scuola: quando dire ‘no’ è più facile

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La recente proposta del governo per abolire l’uso dei dispositivi in classe ha di certo lati positivi, ma tradisce un atteggiamento di chiusura da parte sia della politica che dei presidi. L’opinione di Saverio Abbatiello dell'I-Forensics Team di Isernia


ISERNIA. “Non ha senso rinnegare che i tempi siano maturi e che smartphone, computer e tablet siano strumenti utili e per certi versi necessari alla vita scolastica quotidiana. La tecnologia esiste, demonizzarla in questa sorta di medioevo digitale è solo controproducente”.

Esordisce così Saverio Abbatiello (nella foto durante un corso di alternanza scuola-lavoro, ndr), investigatore digitale, esperto di informatica giuridica e responsabile di I-Forensics Team, azienda isernina che da anni ormai collabora con le forze dell’ordine, con la questura, con gli inquirenti e i privati per fornire supporto e consulenza tecnica alle indagini che richiedono un ‘tocco’ professionale in materia di sicurezza digitale.

alternanza scuola lavoro capozza 1“Si fa un gran parlare della questione cellulari in classe. Finché si trattava di strumenti praticamente ‘analogici’, necessari solo a chiamate e sms, il divieto aveva anche un senso. Ma ormai siamo nell’era di internet 3.0, il digitale è imperante e per certi versi inevitabile”, spiega Abbatiello, che nelle scuole ha tenuto anche diversi corsi di cybersecurity e di ‘educazione civile in rete’, allo scopo di sensibilizzare i ragazzi al tema del cyberbullismo. “Parlare di questi temi ai ragazzi è illuminante. Si comprende davvero come a loro interessi capire e approfondire la questione, perché si tratta di qualcosa che riguarda la loro vita di tutti i giorni. Non stiamo parlando di lingue morte o di materie che magari annoiano e basta: imparare come si sta in rete, e come usare al meglio gli strumenti offerti dalla comunicazione digitale, apre loro la mente anche a questioni meno evidenti come l’importanza dell’anonimato e il fatto che postare sui social ogni singola cosa che ci accade è un atteggiamento dannoso e controproducente, quando se ne abusa”.

Ma il divieto d’uso dello smartphone in classe è un beneficio o un handicap? “Di sicuro ci sono dei vantaggi: se i ragazzi non hanno distrazioni, l’attenzione generale della classe ne beneficia, e così il rendimento finale. Questo, in un mondo scolastico come il nostro, che rifiutando di uscire dai suoi schemi ormai settuagenari non ragiona per obiettivi ma per programmi, viene percepito come un successo. Ma la verità è che si genera tutto un altro ordine di problemi: primo fra tutti, si sta crescendo una generazione di nativi digitali completamente privi della mentalità critica e consapevole necessaria per usare al meglio uno strumento complesso e anche pericoloso come lo smartphone”.

“Sono anni che cerco di fare informazione, formazione ed educazione sul tema della digital security. Ma parlarne in poche ore di lezione, limitate magari alla settimana dell’open day, non aiuta. Non mi vergogno a dire che il vero problema sono gli adulti – sferza Abbatiello – a partire dai presidi per finire con chi ci governa. Non è normale che i dirigenti preferiscano utilizzare i servizi di informazione, pur graditi e fondamentali, svolti dalla polizia postale solo perché gratuiti, senza poi voler davvero investire nella formazione dei ragazzi. È ipocrisia, è marketing per dimostrare che si sta facendo una scuola ‘smart’ che però di intelligente ha ben poco. I professori sensibili all’argomento in questione magari dedicano qualcuna delle proprie ore di lezione alla lettura di articoli di giornali e dibattiti, ma non c’è una vera formazione tecnica dietro, e ovviamente non è colpa loro, né una responsabilità: sono comportamenti lodevoli. Ma non è sufficiente: per formare un vero cittadino digitale ci vogliono impegno, costanza, e soprattutto competenza tecnica. Ma siccome al comando ci sono persone mentalmente vecchie, chiuse, cui manca proprio la comprensione del mezzo – e che, quindi, ne hanno paura – si preferisce negarne proprio l’uso, quasi come se la tecnologia non esistesse, perché così è più semplice e meno dispendioso in termini di risorse umane ed economiche. Un errore spettacolare - conclude - che tradisce una profonda, triste ignoranza”.     

 

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