Covid e scuole, lettera aperta dei genitori

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I dati del contagio in Molise sollecitano una serie di riflessioni: “Il solo rispetto dei protocolli e delle linee guida, quando l'evidenza ne certifica la inadeguatezza e la tardività, non può e non deve rappresentare l'alibi dell'aver adempiuto correttamente alle prescrizioni in materia di sicurezza sanitaria”


CAMPOBASSO. È un gruppo di genitori con i figli iscritti nelle scuole della città di Campobasso a porre una serie di riflessioni, sotto forma di lettera aperta, che vanno a evidenziare una serie di incongruenze nella gestione del contagio, in Molise.

Il loro è un discorso ‘allargato’ a tutta la regione: mamme e papà che, “alla prova dei fatti”, non hanno remore ad affermare come la tesi della mancata diffusione del Covid-19 in ambiente scolastico sia tutt’altro che suffragata dall’evidenza delle cose.

Ne riportiamo il contenuto integrale, meritevole a nostro parere di essere letto nella sua interezza.

“Ci stupisce – scrivono i genitori nelle lettera - conoscere che dal 21/10 al 21/11 il tasso di letalità in Italia, cioè rapporto percentuale tra decessi e casi Covid osservati è pari al 1,33%, mentre in Molise il 2,4%. Ci stupisce anche sapere che l'incremento dei casi positivi nello stesso periodo in Italia è del 207%, in Molise del 265%, così come l'incremento dei decessi da coronavirus, sempre nel periodo 21/10-21/11, in Italia è del 33,7% e in Molise del 261,5%.

Ci stupisce perché dinanzi a questi dati, che tracciano un quadro oggettivo di assoluta gravità, si continui a far finta di niente, considerando il Molise e Campobasso un territorio avulso dall'allarmante contesto epidemiologico, disattendendo, i preposti organi istituzionali e tutti i soggetti, a qualsiasi livello ed ambito, ogni minima iniziativa tesa ad arginare il propagarsi del contagio. Ciò pur essendo dotati di poteri "extra ordinem" per adottare provvedimenti contingibili e urgenti al fine di prevenire e di eliminare gravi pericoli che minacciano l’incolumità pubblica.

Ci stupisce che nonostante il devastante impatto dell'epidemia sul sistema sanitario del capoluogo, e non solo, che da tempo registra il "sold out", prosegua il loro atteggiamento "silente" circa la gravissima situazione sanitaria, sorvolando sul fatto che nella nostra regione si registrano ormai oltre 2.600 casi, laddove, nel mese di marzo, diversamente, con soli una decina di casi di positività, si redarguivano quotidianamente i cittadini intimandogli il rigoroso rispetto delle regole.

Ci stupisce, non da meno ed ancor di più, scoprire oggi che esiste un posto sicuro in cui rifugiarsi dal contagio. La scuola.

Qualcuno azzarda ad affermare, non si comprende con quale evidenza scientifica, che tutti i contagi avvengono al di fuori della scuola. Ci si chiede quale sarà la ragione di tale schermo epidemiologico fornito dalle mura scolastiche. La risposta è presto data: sono il rispetto delle procedure e delle linee guida, fornite al riguardo dal Governo, a garantire la massima (o la migliore) protezione dal contagio.

Sarà vero?

A ben guardare, si assiste quotidianamente ad assembramenti di studenti nelle fasi di ingresso e uscita dall'istituto scolastico, nonostante le linee guida prescrivano ingressi ed uscite scaglionate; gli scuolabus viaggiano a pieno carico senza la possibilità per i ragazzi di osservare il benché minimo distanziamento. Ciò poiché l'ultimo DPCM che ha previsto di ridurre ulteriormente il coefficiente di riempimento degli autobus al 50% esclude da tale limitazione i mezzi operanti nel settore scolastico. Insomma i trasporti pubblici sono considerati una pericolosa fonte di contagio, diversamente il trasporto a pieno carico negli scuolabus non è considerato un pericolo!

Le linee guida dell'ISS prevedono la areazione degli ambienti scolastici in cui i ragazzi soggiornano per ben 5 ore consecutive. Presto fatto. Si fa lezione con le finestre aperte. Posto che il clima cittadino non è assimilabile a quello dei tropici, l'ipotesi non è assolutamente percorribile nei mesi invernali pena violazioni di norme sulla sicurezza dei luoghi di lavoro o studio, comportando per i ragazzi una perdurante e dannosa esposizione, potenzialmente pericolosa per la salute.

Allora qual è il segreto della paventata "immunità scolastica"?

Semplicemente il fatto che il sistema di tracciamento è ormai divenuto impossibile, stante il numero considerevole di nuovi casi giornalieri, risultando così inadeguato ed intempestivo. Il risultato è che non si indaga come sarebbe opportuno e doveroso fare.

I casi non si cercano, ovvero quando si individuano le positività, le indagini sulla cosiddetta "catena epidemiologica" vengono effettuate a distanza di molti, troppi giorni, quando infine potrebbe essere giunta la negativizzazione del soggetto precedentemente positivo. Nel contempo, però, in attesa degli accertamenti e del tracciamento, il virus corre "sottotraccia" in ambito familiare e non solo.

Ebbene, allora, l'affermazione che i contagi non avvengono in ambito scolastico risulta assolutamente apodittica, non supportata da evidenze scientifiche e studi statistici. Probabilmente sarebbe facilmente smentita se solo fossero diffusi i dati reali.

È del mese di ottobre di quest’anno il lavoro scientifico pubblicato sulla prestigiosa rivista Lancet (The temporal association of introducing and lifting non-pharmaceutical interventions with the time varying reproductions number of SARS-COV-2: a modelling study across 131 countries). Tale studio analizza l’impatto di diversi provvedimenti sulla diminuzione (o aumento) dei contagi dopo avere studiato quanto accaduto in 131 paesi. Tra questi provvedimenti è stato analizzato anche l’andamento della pandemia con la chiusura delle scuole, misura adattata nei mesi da marzo a giugno 2020, per controllare la diffusione di tale pandemia. Le conclusioni di questa analisi scientifica evidenziano che con la chiusura delle scuole vi è una riduzione della trasmissione del 15% dopo 28 giorni. Esistono, inoltre, ulteriori studi effettuati in terra cinese, ove apparentemente ad oggi la pandemia pare debellata, che riferiscono che la chiusura delle scuole potrebbe interrompere il picco dell’incidenza del 40-60% e ritardare l’epidemia legata al Covid 19. Tali conclusioni scientifiche, ovviamente, prevedono, in ogni caso, una corretta gestione delle diverse precauzioni da adottare in ambito scolastico.

In buona sostanza il problema esiste ma non viene affrontato.

Lungi dal voler entrare in logiche politiche o baluardi di partito, quello che qui rileva ed interessa è l'incolumità e la prevenzione sanitaria di una comunità scolastica e cittadina che è potere-dovere, sia dei dirigenti scolastici che degli amministratori pubblici, preservare, attuando tutte le misure necessarie, ordinarie e straordinarie, al fine di una concreta e trasparente gestione dell'emergenza sanitaria.

Il solo rispetto dei protocolli e linee guida, quando l'evidenza ne certifica la inadeguatezza e la tardività, non può e non deve rappresentare l'alibi dell'aver adempiuto correttamente alle prescrizioni in materia di sicurezza sanitaria.

La conoscenza e consapevolezza delle criticità del sistema devono indurre, ciascuno per il proprio ruolo e prerogative, all'adozione delle adeguate misure di contenimento, anche al fine di preservare un solo singolo caso.

Sono le stesse indicazioni operative dell'Iss nella gestione Covid nelle scuole a sostenere che "in una prima fase, con circolazione limitata del virus, si potrà considerare un approccio individuale sui casi sospetti basata sulla loro individuazione in collaborazione tra pediatra di libera scelta/medico di medicina generale, scuola e DdP (referente che ogni Asl deve istituire e che dovrà tenere i rapporti con le istituzioni scolastiche) per mantenere un livello di rischio accettabile". Ne consegue la discrezionalità operativa e decisionale del dirigente scolastico e dell'amministratore pubblico laddove il rischio non può e non deve essere più valutato come accettabile.

Un capitolo a parte meritano i singoli studenti “sospetti e accertati positivi”, ovvero quelli in isolamento fiduciario, che sono privati di qualsivoglia possibilità di didattica individuale a distanza, e quindi dell'obbligo didattico, con ulteriori gravi ripercussioni di ordine psicologico e violazione di diritti.

Si ritiene che il sacrosanto diritto allo studio ed alla socialità scolastica, a volte debba essere, anche solo temporaneamente, valutato nell'ottica delle superiori ragioni, costituzionalmente garantite, del diritto alla salute di cui sia gli amministratori pubblici che i dirigenti scolastici sono responsabili ciascuno per il proprio ambito di competenza.

Tutto quanto sopraesposto – concludono - all'unico scopo di sollecitare, chi ne riveste il ruolo, e la correlata responsabilità, di assumere tutte le decisioni e azioni al fine di tutelare la salute pubblica e in abito scolastico, nonché di porre immediato rimedio alle criticità evidenziate”.

 

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