HomeNotiziePOLITICA & ATTUALITA'Campobasso, il Comune chiede giustizia per Mario Paciolla

Campobasso, il Comune chiede giustizia per Mario Paciolla

Accolti in Municipio i genitori del cooperatore Onu trovato morto il 15 luglio del 2020 in Colombia. La madre: “Le Nazioni Unite facciano chiarezza sulla vicenda”.


CAMPOBASSO. Con un incontro e una conferenza stampa, il sindaco, Roberto Gravina, e i rappresentanti del Consiglio comunale di Campobasso hanno accolto i genitori di mario Paciolla, invitati dall’amministrazione a raccontare la storia di Mario, giovanissimo cooperatore Onu, trovato morto il 15 luglio del 2020 in Colombia.

Erano presenti all’incontro anche il presidente del Consiglio comunale, Antonio Guglielmi, la rappresentante della rete Paciolla per Campobasso, Paola Mitra, il rappresentante di Amnesty International, Adelindo Di Donato, e alcuni capigruppo.

“L’iniziativa di oggi – come hanno spiegato i consiglieri Giose Trivisonno capogruppo del Pd ed Evelina D’Alessandro del MoVimento 5 Stelle – è stata dedicata a mantenere viva la memoria di Mario Paciolla e a chiedere trasparenza e verità sulle vicende legate alle indagini sulla sua morte che, a tutt’oggi, resta avvolta da diversi enigmi. Ma il Consiglio comunale, prendendo spunto da questa drammatica storia, intende programmare per il futuro una giornata da dedicare, ogni anno, proprio a questo genere di tematiche, anche con il sostegno di associazioni come Amnesty e altre”.

“La richiesta di verità dei genitori di Mario – ha dichiarato Gravina – anche per i modi con i quali viene espressa, non solo merita rispetto e risposte dagli organismi internazionali, ma riflette anche il carattere e l’atteggiamento propositivo che Mario ha mostrato di avere nella sua vita, affrontando un percorso professionale in favore del prossimo, dei più deboli e delle popolazioni meno considerate, che non può essere dimenticato o, peggio ancora, ignorato voltando lo sguardo dall’altra parte”.

La madre di Mario Paciolla ha poi raccontato nei dettagli la storia del figlio, giunto in Colombia nel 2016, dopo un lungo corso di preparazione, e con alle spalle già diverse esperienze nel settore della cooperazione internazionale.

“Mario in Colombia, fino all’agosto del 2018, svolgeva il ruolo di accompagnatore di pace, occupandosi di fatto dei percorsi, in quelle zone, delle persone a rischio – ha spiegato la madre – Collaborò anche per la visita in Colombia del Papa. Venne poi contattato e successivamente assunto dall’Onu. Negli ultimi tempi, prima della sua morte, soprattutto durante il periodo della pandemia, ci aveva più volte mostrato il suo malcontento per come lui e altri cooperanti venivano utilizzati nel territorio dove si trovavano. A maggio del 2020 gli venne prospettata la possibilità di ritornare in Italia per un periodo di tempo ma poi, sempre per le difficoltà legate al lungo viaggio da compiersi nel periodo pandemico, Mario decise di non tornare.

“La possibilità si ripropose a luglio del 2020 – ha aggiunto la madre – e Mario sarebbe dovuto tornare a casa entro il 20 luglio, dopo che il giorno 11 luglio, nel corso di un colloquio che avemmo con lui, ci confidò di aver avuto una seria discussione con l’Onu. Il 14 dello stesso mese acquistò un biglietto e ci sentimmo per l’ultima volta. Il 15 luglio gli inviai un lungo messaggio che però lui non potè mai arrivare a leggere. Il 16 luglio venimmo, infatti, avvisati dall’Onu telefonicamente che nostro figlio era morto. Si parlò immediatamente di suicidio prima ancora di procedere all’autopsia. Addirittura, il nostro Ambasciatore in Colombia, sette ore dopo la notizia, ancora non era stato informato, da chi di competenza, della morte di un cittadino italiano.

“Ciò che chiediamo a un anno e poco più di distanza dalla morte di Mario – ha detto in conclusione la famiglia Paciolla – è che l’Onu, datore di lavoro di nostro figlio e responsabile anche della sua sicurezza lì in Colombia, faccia luce su tutta la vicenda e dia un segnale chiaro di trasparenza che purtroppo, fino a oggi, non ci ha dato. Chiediamo verità non solo per la memoria di Mario ma anche per evitare che altri cooperanti possano ritrovarsi nelle sue stesse condizioni. Sostenere i nostri cooperanti all’estero è un impegno civile del quale non dobbiamo dimenticarci, mai”.

 

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