Memorie di un sopravvissuto: Carmelo Di Pilla e la strage dell’Heysel, 35 anni dopo

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Il reporter isernino intervistato da ‘La Stampa’: “La voglia di rientrare a casa più forte del dolore. Tornai in Italia con un paio di pantofole di plastica che mi avevano dato in ospedale”. La sua foto in prima pagina sulla Gazzetta dello Sport divenne uno dei simboli del massacro


ISERNIA. Il ricordo incancellabile di quella notte, dopo 35 anni, è vivo nella memoria. Lui, bianconero nella pelle, non vide mai la sua squadra alzare la Coppa. Si risvegliò in ospedale, col volto tumefatto, tra persone bendate e ingessate, visi gonfi di lividi e vestiti insanguinati. “Sembrava un sentiero di guerra”. Oggi, mentre sta per diventare nonno, l’emozione è ancora forte nel raccontare che sì, lui c’era. E sì, lui si è salvato. Per miracolo.

Carmelo Di Pilla, reporter isernino di 71 anni, conosciuto da chiunque in città, è un sopravvissuto. Il 29 maggio 1985 era in Belgio, a Bruxelles, allo stadio Heysel, per la finale di Coppa Campioni tra Liverpool e Juventus. Il giorno della strage passata alla storia: 39 morti, in maggioranza tra i tifosi italiani, 600 feriti, l’onda rossa degli hooligans inglesi che travolge tutto e schiaccia quei corpi, in un posto dove lui e i suoi due amici non dovevano esserci. Avevano acquistato i biglietti per la tribuna e si ritrovarono altrove: in curva, settore Z, teatro di una tragedia inimmaginabile.

Carmelo, oggi, è sul sito web de ‘La Stampa’ di Torino, che gli dedica una splendida intervista a cura di Antonio Barillà: “La mia vita è un regalo”, racconta ricordando quel giorno, quando inseguiva la sua passione di sempre, la Juve, armato dell’inseparabile compagna, la macchina fotografica. Ma quella volta in prima pagina ci finì lui, sulla Gazzetta dello Sport: una prima pagina che fece il giro del mondo e lui, con i suo baffi neri, diventa un simbolo, uno dei simboli di un massacro assurdo. Un massacro per una coppa.

carmelo di pilla1

“Oggi, rivedendola – riferisce alla Stampa - penso che la seconda metà della mia vita è un regalo: avevo trentasei anni, ne sono passati ancora trentacinque. Sono tornato allo stadio infinite volte, per fare il mio mestiere di fotografo e per ubbidire alla mia passione di tifoso, ma quella notte è un ricordo incancellabile: ci penso spesso, e penso a chi non ha avuto la mia fortuna”.

La fortuna di emozionarsi ancora, raccontando che sì, lui è un sopravvissuto.

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