Calcio e Covid, ripresa tra mille incognite

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La riflessione del dirigente di una squadra che milita tra i dilettanti: “Il gioco vale davvero la candela?”



CAMPOBASSO-ISERNIA. Incertezze, problemi, costi insostenibili, rischi troppo grossi. È una ripresa tra mille difficoltà, dove la domanda, più che lecita è: “Cui prodest”?

Parliamo del calcio dilettantistico e dell’applicazione, tutt’altro che agevole delle disposizioni stabilite dall’apposito protocollo Figc nel post Covid. isNews ha raccolto la riflessione di un dirigente di una squadra che milita nelle cosiddette categorie minori, il quale ha fotografato la situazione ad ampio raggio, esprimendo forte preoccupazione. A cominciare dall’assunzione di responsabilità in caso di contagio.

“Esistono due diversi protocolli Figc – ha spiegato – Uno per i professionisti, che si applica dalla serie A alla serie C, e uno per i dilettanti, che non prevede, ad esempio, l’obbligo di dover fare tamponi o analisi ogni 4 giorni. Nonostante, biologicamente, tra Ronaldo e un giocatore di prima categoria ci sia la stessa possibilità di ammalarsi. Probabilmente questa differenza deriva anche dalla volontà di venire incontro a piccole realtà che non potrebbero sostenerne i costi sulla base del numero dei tesserati. Ma resta il fatto che ci sono una serie di prescrizioni tutt’altro che di facile applicazione: com’è noto, la squadra di casa e quella ospite devono entrare da ingressi separati ed è vietato farsi la doccia negli spogliatoi. Quest’ultimo aspetto non è di poco conto: se per gli allenamenti bisogna andare teoricamente già cambiati in campo, fare la seduta e tornare a casa, lo stesso non può valere per una partita in trasferta. Giocare d’inverno su campi di paesi montani senza poter fare una doccia calda al termine della partita, a certe temperature, significa rischiare seriamente di ammalarsi”.

Ma non è finita qui: il protocollo prevede l’istituzione di un ‘manager Covid’, che dev’essere un medico o una figura designata dalla società, con la funzione di far rispettare il protocollo e sul quale ricade la responsabilità di eventuali contagi. Prima della gara, all’arbitro va consegnata un’autocertificazione in cui i giocatori dichiarano di non avere avuto sintomi compatibili con la malattia nei sei giorni antecedenti. Ma se uno fosse positivo asintomatico – si chiede il dirigente – Il contagio avverrebbe ugualmente, con conseguenti quarantene e tutto il resto. Senza poter fare i tamponi, non possiamo essere certi di non favorire la diffusione del virus”.

Altro tema: le sanificazioni degli spogliatoi dopo ogni allenamento che costano un tot al metro quadro. Quante piccole società dilettantistiche se le possono permettere? Se qualcuno decide di applicare il protocollo e un altro no e ci sono contagi di chi è la responsabilità? E ancora, come si fa a capire chi ha contagiato chi, tra due squadre che si affrontano? Certezze non ce ne sono.

Senza contare l’aspetto economico extracalcistico. Non trattandosi di giocatori e società di professionisti, la gran parte di essi avrà un lavoro o gestirà un’attività sul territorio che nulla a che vedere con lo sport, magari. “E qui – ancora il dirigente di Prima Categoria – si apre uno dei dubbi più ‘inquietanti’. Davvero conviene ricominciare a giocare mettendo a rischio il lavoro, la professione o anche la salute dei familiari? Con quale serenità chi ha un genitore cardiopatico a casa, per fare un esempio, prende e torna a fare allenamento e giocare a pallone? Il protocollo in parte temo sia del tutto inattuabile: ci sono squadre che hanno spogliatoi di 15 metri quadri in cui non si può entrare garantendo la sicurezza degli atleti. La Regione – conclude - è l’unica che può risolvere criticità e invece ha preferito ‘scaricare’ tutto sulla Federazione. Il risultato è che la sicurezza non c’è: per nessuno”.

 

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