Il Covid affonda il calcio: il Campobasso chiede un protocollo che tuteli le società

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Vicini a un nuovo stop forzato a causa della pandemia. La società rossoblù non ci sta e chiede nuove regole che tutelino i magri bilanci nelle categorie inferiori e tamponi rapidi per tutti. Lo sfogo: "Una volta ci si può rialzare. Due volte no"


CAMPOBASSO. “Avremmo voluto riflettere della partita. Commentare il risultato, applaudire una giocata ammirata durante novanta minuti di leale battaglia sul campo contro i nostri avversari. Avremmo preferito una domenica ‘normale’, come quelle che piacciono a noi che ci nutriamo di calcio. Invece no. Siamo rimasti a casa. E, come il Campobasso, la maggior parte delle squadre di serie D, alcune anche al terzo turno di stop. Inutile illuderci, allora: la giostra si sta fermando di nuovo. E, forse, stavolta per sempre. Ecco perché non possiamo far più finta di non vedere”.

E’ l’amaro sfogo pubblicato sul sito internet dalla società del Campobasso calcio.

“Non possiamo lasciarci abbagliare dalla vana convinzione che da questa tempesta si esca solo restando in attesa degli eventi, azzerando nel frattempo il numero di spettatori e sperando che non saltino troppe partite ogni mezzo starnuto. I numeri sono chiari: di questo passo si trascina il quarto campionato nazionale nell’ultimo lockdown, quello irreversibile, quello definitivo. Perché una volta ci si rialza, due no.

A livello economico innanzitutto. Ma anche a livello mentale. Molti obietteranno che è la pandemia e nessuno può farci nulla. Che si ferma il mondo e il calcio non può pretendere di vivere su un pianeta a parte. Noi non siamo d’accordo.
Troppo facile pensarla così: è come se si volessero azzerare gli incidenti mortali chiudendo le strade. Sia chiaro: la salute viene e verrà sempre prima di tutto.

Ma è altrettanto innegabile come oggi, a differenza di marzo, ci siano gli strumenti per portare avanti il campionato nella massima tutela e nella massima regolarità.

Noi – sottolineano dalla società rossoblù - crediamo che il protocollo vigente – la cui assurdità è certificata dalla richiesta di un unico sierologico fatto a settembre e ‘valido’ fino a maggio – debba essere cambiato. Non possiamo fingere di essere dilettanti solo perché portiamo ancora questo nome, pur avendo strutture, organizzazione e costi da professionisti.

Oggi ci sono i mezzi per adeguarci senza compromettere bilanci già precari: con i tamponi rapidi, effettuabili in sede dal medico sociale, ogni club può evitare di gravare sul Sistema sanitario nazionale e garantirsi di andare avanti in piena sicurezza. Si decida quando farli – ad esempio a 48 ore dal match – e si stabilisca il numero di positivi necessario a far saltare una partita, proprio come avviene dalla Lega Pro in su. Il calciatore positivo va considerato come un infortunato: vanno scongiurati rinvii di convenienza e, così facendo, si stimolano anche gli stessi atleti, che sanno di essere sotto controllo, a una maggiore prudenza fuori dal campo.

Diciamocela tutta: per una squadra di serie D, che a fine torneo investe centinaia di migliaia di euro, sono spese sostenibili. Ma questa somma può anche essere suddivisa tra le varie componenti. Non crediamo, ad esempio, che un calciatore non intenda compartecipare a una spesa di circa 20 euro a settimana. Così come basterebbe far capire un discorso semplice -forse troppo semplice -alle Istituzioni.

Fermare il campionato di serie D – conclude la società rossoblù - equivarrebbe a dover costringere ‘Sport e Salute’ a bonificare 800 euro al mese a ogni tesserato e collaboratore, ovvero 35-40 persone per società. In altre parole, circa 30mila euro al mese per ogni club. Finanziare i tamponi ne richiederebbe appena mille e salverebbe il movimento. Cosa conviene, allora?” è l’interrogativo finale.

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