Mes: strumento adeguato o inadeguato?

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di Tiziano Gentile

2012: la Grecia entra in crisi e a seguito di questo scricchiola l’intera Unione Europea. In quel momento Germania, Francia e Italia, i paesi con più peso economico all’interno dell’UE, si interrogano sulla possibilità di creare un meccanismo che possa fornire assistenza finanziaria ai paesi dell’area che attraversano (o rischiano in modo concreto) gravi problemi di finanziamento. Viene così istituito, mediante un trattato intergovernativo, al di fuori del quadro giuridico della Unione Europea, nel 2012, il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES). Gli strumenti a disposizione del MES vanno dalla possibilità di concedere prestiti ai Paesi in difficoltà per consentire un aggiustamento macroeconomico (soluzione utilizzata finora da Irlanda, Portogallo, Grecia e Cipro) fino al prestito per la ricapitalizzazione indiretta delle banche (aiuto finora fornito alla sola Spagna). Gli altri strumenti previsti dallo statuto (acquisti di titoli sul mercato, linee di credito precauzionali e ricapitalizzazione diretta) non sono finora mai stati usati.

 

 

IL MES viene finanziato dai singoli Stati membri con una ripartizione percentuale in base alla loro importanza economica. La Germania, contribuisce per il 27,1 %, seguita dalla Francia (20,3%) e dall’Italia (17,9%).

La tabella (fonte sito ufficiale MES, www.esm.europa.eu) riporta, nella prima colonna le percentuali di partecipazione di ciascuno stato, nella seconda i soldi (calcolati in miliardi di Euro) che ogni paese sarebbe al massimo chiamato a versare, nella terza colonna i soldi (sempre calcolati in miliardi di Euro) già conferiti dagli stati partecipanti al meccanismo.

tabella mes ok

La “potenza di fuoco” (o ammontare massimo) complessivamente autorizzata è di 700 miliardi di euro, 80 dei quali sono versati direttamente dagli stati. I restanti 620 miliardi possono essere raccolti sui mercati finanziari attraverso l’emissione di bond.

Ma a quali condizioni si può accedere a questo fondo precostituito?

La stipula dell’accordo non ha mai parlato di capitale a fondo perduto ma ha previsto, sin dalla nascita, delle condicio sine qua non per attingere al fondo comune.

In genere vengono richieste riforme specifiche, mirate ad eliminare o quantomeno mitigare l'effetto dei punti deboli dell'economia del Paese richiedente. Il MES prevede in particolare interventi in tre aree:

  • Consolidamento fiscale, con tagli alla spesa pubblica per ridurre i costi della Pubblica amministrazione e migliorarne l’efficienza, e parallelamente aumentare le entrate attraverso privatizzazioni o riforme fiscali;
  • Riforme strutturali, con l’adozione di misure di stimolo alla crescita, alla creazione di posti di lavoro e alla competitività;
  • Riforme del settore finanziario, con misure destinate a rafforzare la vigilanza bancaria o, se necessario, a ricapitalizzare le banche.

Ad oggi, in seguito alla riunione dell’Eurogruppo del 9 Aprile, si è raggiunto un compromesso che, in quanto tale, non contiene tutto ciò che avremmo voluto noi e nemmeno tutto ciò che avrebbero voluto i nord europei. In sostanza c’è un MES, ma è un ben diverso da quello sopra descritto. I prestiti vengono dati senza condizionalità, cioè senza condizioni macroeconomiche, senza austerità. L’unica condizione è che questi soldi vengano spesi per finanziare interventi connessi direttamente o indirettamente con la crisi sanitaria. Sono cifre importanti: si può richiedere somme pari al 2% del PIL (per l’Italia circa 36 miliardi di euro).

Lo attiverà o non l’attiverà l’Italia? Vedremo.

Sappiamo che, nel caso, abbiamo anche a disposizione questi soldi che vanno ad aggiungersi al Sure (che finanzia le casse integrazioni dei vari paesi – altri 15/20 miliardi); c’è poi sul tavolo l’Europen Recovery Funds, un fondo che dovrebbe essere stabilito nel bilancio dell’Unione Europea, costituito per finanziare la ripresa; non sappiamo ancora come sarà sovvenzionato, ma è difficile pensare ad uno stanziamento di questo genere senza emettere Eurobond.

Ad ogni modo la principale fonte di finanziamento resta, al momento, l’acquisto da parte della BCE di circa 240 miliardi di titoli di stato italiani.

 

 

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