Smartphone a scuola: vantaggi, problematiche e dubbi di una ‘riforma a metà’

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La recente nuova normativa sull’uso dei dispositivi informatici nelle classi 2.0 apre a molti spunti di discussione: ne parlano gli esperti dell’I-Forensics Team


ISERNIA. “La storia dell’uomo è sempre stata caratterizzata da evoluzioni e involuzioni. Le evoluzioni tecnologiche ci accompagnano fin dagli albori. Il problema non è contrastare queste ondate, ma capire come dominarle”. Esordisce così Saverio Abbatiello, titolare del laboratorio di ricerca scientifica I-Forensics di Isernia insieme a Paolo Vespone, in merito alla riforma voluta dal Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca sulla digitalizzazione degli istituti secondari superiori. Ma qual è il senso di consentire ai ragazzi l’utilizzo degli smartphone tra i banchi di scuola?

“Per vivere un cambiamento, sopravvivere ad esso e dominarlo bisogna studiarlo, capirlo, conoscerlo – esordisce Abbatiello - Considerare una classe ‘2.0’ solo perché possiede dei tablet è riduttivo: prendiamo ad esempio i libri in formato digitale. Questi andrebbero letti sui giusti dispositivi, non tablet o smartphone ma e-reader che – poiché limitati nelle funzioni ludiche - non solo permettono di mantenere la concentrazione sulla lettura e lo studio, ma grazie all’utilizzo dell’e-ink, che non richiede illuminazione propria ma ha bisogno di luce ambientale, non sono dannosi per gli occhi. Questi strumenti permettono di prendere appunti, sottolineare, utilizzare integrazioni con applicazioni come Evernote che garantiscono condivisioni in cloud. È questo il modo migliore di creare la cosiddetta “scuola digitale”. Esistono addirittura gli e-notes, veri e propri blocchi per appunti digitali che utilizzando la tecnologia e-ink consentono di prendere nota con appositi pennini, risparmiando carta e mettendo in condivisione cloud tutti i propri lavori, perfino fotografando la lavagna”.

Una rivoluzione che dovrebbe partire dai concetti basilari. “È impensabile – continua Abbatiello - dotare una classe di computer e tablet senza prima un’adeguata alfabetizzazione informatica, non solo per i ragazzi ma prima per presidi e docenti, che dovrebbero conoscere queste realtà prima di introdurle in classe. La formazione e lo studio sono necessari nell’ambiente tecnologico, in continua evoluzione: non solo una conoscenza di base dell’informatica, ma anche dei protocolli di sicurezza ad essa legati. Furti d’identità, truffe, fake news, adescamenti, pedopornografia: nuovi rischi con i quali la realtà informatica e sociale deve fare i conti. Capire come funzionano queste cose e come difendersi significa riuscire a dominare questi cambiamenti: scegliere qual è la tecnologia migliore a seconda del contesto e delle necessità è il senso di questa capacità”.

In questo contesto il rischio più grande è che si perda la capacità di studiare in senso tradizionale. Secondo l’I-Forensics Team che, va ricordato, si occupa anche di organizzazione di corsi professionali in materia di sicurezza informatica per privati, aziende, scuole, ordini professionali ed enti; partecipazione a eventi formativi e fiere; recupero di dati da memorie danneggiate e smartphone e tanto altro ancora, c’è necessità di compiere i giusti passi prima di arrivare a certi sviluppi. L’informatizzazione in classe è un di più, un’aggiunta. Alla base c’è sempre la necessità di mantenere la consapevolezza di quale sia lo strumento più consono a ciò che lo studente deve realizzare. Impedendo ovviamente distrazioni e utilizzi sbagliati con gli strumenti migliori: non solo app che consentono al docente di gestire da remoto gli schermi dei dispositivi, ma anche filtri sulle reti wireless dell’istituto, che blocchino l’uso dei social e dei programmi di chat, o dispositivi jammer per bloccare le reti LTE. Il problema è che questi strumenti dovrebbero essere conosciuti e promossi non solo dagli istituti, ma dal Miur stesso.

Mancherebbe, dunque, secondo l’I-Forensics, la volontà seria da parte delle scuole di dotarsi non solo delle giuste competenze, ma anche di consulenti preparati. “Il prossimo 6 febbraio è l’Internet Safety Day, una giornata dedicata alla sicurezza sul web. E questo è un tema che non si improvvisa, si studia: ci sono percorsi accademici, sperimentazioni. Non si può affidare tali percorsi a poche ore di formazione, magari utilizzando i tutori dell’ordine come deterrente più che come insegnanti. Formazione di cui l’I-Forensic Team si occupa da anni. Ma il percorso più serio va fatto sugli adulti, prima, e sugli studenti poi, che si dimostrano molto più recettivi e attenti al tema dei professori stessi”.

Una riforma a metà, quella della Fedeli, quindi? Il famigerato decalogo redatto dal Miur porta diversi dubbi. “Sicuramente adattarsi ai cambiamenti è la base – ancora Abbatiello - e questi vanno abbracciati e compresi, ma è vero che la scuola promuove le condizioni strutturali per l’uso delle tecnologie informatiche e digitali? Compie veramente lo sviluppo del digitale nella didattica? Riesce davvero a far comprendere ai ragazzi come certi strumenti siano un mezzo, e non un fine? In sostanza è vero che l’uso di questi strumenti è una strada per l’autonomia del singolo studente, ma è anche vero che per dominare tali tecnologie è necessario studiarle a fondo per comprenderle. Nel decalogo si legge poi che i singoli docenti hanno possibilità di scegliere l’inserimento dei supporti informatici, ma questa riforma più che incoraggiare la scelta spinge e per certi versi obbliga all’utilizzo degli strumenti digitali. Quando invece sarebbe necessario decidere come questi vanno integrati nella didattica. Se il digitale trasforma gli ambienti di apprendimento e il dialogo tra scuola e famiglia, il problema dell’educazione alla cittadinanza digitale non è solo un compito, ma un dovere della scuola moderna”.

Molta parte nella riuscita dell’impresa d’informatizzazione della scuola è in mano ai ragazzi, in verità. “Su di loro – conclude il titolare dell’I-Forensics - ricade l’onere di ‘ricattare’ i propri docenti e i propri presidi, quando non adeguatamente formati, e costringerli a servirsi di figure professionali qualificate che magari affianchino i professori di informatica, quando la materia esiste nell’offerta formativa dell’istituto. Alfabetizzazione e sicurezza informatica, ormai parte del percorso della Patente Europea, vengono dolorosamente dimenticate dalla maggior parte degli istituti, quando andrebbero invece messe in primo piano”.

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