Maxi sanzione a Uber: insufficienti misure di sicurezza e violazioni dati personali

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Rischia il salasso la nota azienda di car sharing


di Pamela La Farciola

MEDIA&TECNOLOGIA. E’ arrivata così una maxi sanzione a Uber, colosso statunitense, sotto accusa per avere nascosto un attacco hacker che, per legge, avrebbe dovuto comunicare. Uber Technologies, il noto gruppo che offre un servizio alternativo al taxi tradizionale, ha raggiunto un patteggiamento nei 50 Stati americani e nel District of Columbia in base al quale pagherà 148 milioni di dollari per avere intenzionalmente nascosto un hackeraggio nel 2016.

Nel novembre 2017, Uber disse di avere pagato 100mila dollari a pirati informatici per coprire un incidente di cyber-sicurezza risalente al mese di novembre 2016 e in cui furono rubati i nomi, gli indirizzi e-mail, numeri di telefono e numeri di targa di circa 57 milioni tra clienti e autisti nel mondo determinando una forte violazione dei dati personali.

Mentre, sul sito del gruppo, l’avvocato Tony West ha riconosciuto errori del passato in ambito privacy e cybersecurity, Barbara D. Underwood, il procuratore generale dello Stato di New York, ha parlato di un patteggiamento “record” di questo tipo che ha anche la funzione di inviare un messaggio chiaro: zero tolleranza per coloro che violano la legge e lasciano le informazioni di consumatori e dipendenti vulnerabili per essere sfruttati.

In base al patteggiamento, Uber dovrà adottare migliori pratiche per la notifica di violazioni di hacker e ricorrere a un programma di integrità aziendale con cui i dipendenti potranno comunicare errori umani; inoltre, un soggetto terzo indipendente dovrà essere reclutato per giudicare le pratiche per la sicurezza dell’azienda.

In conclusione, quello che certo colpisce, in una multinazionale digitale come Uber, è l’evidente insufficienza di adeguate misure di sicurezza a protezione dei dati unita alla scarsa trasparenza nei confronti degli utenti ed è questa una delle frontiere della “nuova privacy”.

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