Privacy e dati telefonici: tra sicurezza nazionale e ingerenza nei diritti fondamentali

Privacy e dati telefonici: tra sicurezza nazionale e ingerenza nei diritti fondamentali

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L'opinione del nostro esperto di informatica giuridica


di Pamela La Farciola

MEDIA&TECNOLOGIA. Tema scottante e quanto mai attuale vede il difficile equilibrio tra salvaguardia della sicurezza nazionale e la tutela dei dati personali, in particolare dei dati telefonici dei singoli cittadini. Tale tema è emerso in modo lampante in un recente caso che ha visto nel contesto delle indagini riguardanti una rapina con sottrazione di un portafoglio e di un telefono cellulare, la polizia giudiziaria spagnola fare richiesta al giudice istruttore competente di accesso ai dati di identificazione degli utenti dei numeri di telefono attivati dal telefono rubato per un periodo di dodici giorni a partire dalla data della rapina.

Il giudice istruttore, nel caso di specie, ha respinto tale domanda con la motivazione che, in particolare, i fatti all’origine dell’indagine penale non avrebbero integrato gli estremi di un reato "grave" posto che l’accesso ai dati di identificazione era in effetti possibile solamente per tipi di reati.

In particolare, la direttiva relativa alla vita privata e alle comunicazioni elettroniche prevede che gli Stati membri possano limitare i diritti dei cittadini qualora tale restrizione costituisca una misura necessaria, opportuna e proporzionata, all’interno di una società democratica, per la salvaguardia della sicurezza nazionale, della difesa, della sicurezza pubblica, e per la prevenzione, ricerca, accertamento e perseguimento dei reati ovvero dell’uso non autorizzato del sistema di comunicazione elettronica. L’Audiencia Provincial de Tarragona spiega che il legislatore spagnolo ha introdotto due criteri alternativi per determinare il livello di gravità di un reato rispetto al quale siano autorizzate la conservazione e la comunicazione dei dati personali. Il primo è un criterio materiale, riferito a reati specifici e gravi che sono particolarmente lesivi dei beni giuridici individuali e collettivi. Il secondo è un criterio normativo formale, che fissa una soglia minima di tre anni di reclusione, soglia che comprenderebbe la maggior parte dei reati.

Ciò che però è opportuno ribadire e che il giudice spagnolo considera alla base della sua decisione è che l’interesse dello Stato a reprimere i comportamenti penalmente illeciti non possa giustificare ingerenze sproporzionate nei diritti fondamentali previsti dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. L’Audiencia Provincial de Tarragona interroga quindi la Corte di giustizia sulla fissazione della soglia di gravità dei reati a partire dalla quale sia giustificata un’ingerenza nei diritti fondamentali, come l’accesso da parte delle autorità nazionali competenti ai dati personali conservati dai fornitori di servizi di comunicazione elettronica. Con la sua recente pronuncia del 2 ottobre 2018, la Corte ricorda che l’accesso ai dati che mirano all’identificazione dei titolari di carte SIM attivate con un telefono cellulare rubato, come il cognome, il nome e, se del caso, l’indirizzo di tali titolari, comporta un’ingerenza nei diritti fondamentali di questi ultimi, sanciti nella Carta. Tuttavia, essa dichiara che tale ingerenza non presenta una gravità tale da dover limitare il suddetto accesso, in materia di prevenzione, ricerca, accertamento e perseguimento dei reati, alla lotta contro la criminalità grave.

La Corte segnala che l’accesso delle autorità pubbliche ai dati personali conservati dai fornitori di servizi di comunicazione elettronica costituisce un’ingerenza nei diritti fondamentali al rispetto della vita privata e alla protezione dei dati, sanciti nella Carta, persino in mancanza di circostanze che permettano di qualificare tale ingerenza come "grave" e senza che rilevi il fatto che le informazioni in questione relative alla vita privata siano o meno delicate o che gli interessati abbiano o meno subito eventuali inconvenienti in seguito a tale ingerenza. La Corte ha sostenuto che soltanto la lotta contro la criminalità qualificata come “grave” è idonea a giustificare un accesso delle autorità pubbliche a dati personali conservati dai fornitori di servizi di comunicazione che, considerati nel loro insieme, consentano di trarre conclusioni precise sulla vita privata delle persone i cui dati sono oggetto di attenzione. Tale interpretazione era tuttavia motivata dal fatto che l’obiettivo perseguito da una normativa che disciplina tale accesso deve essere adeguato alla gravità dell’ingerenza nei diritti fondamentali in questione che tale operazione determina.

In conclusione, nel caso di specie, l’accesso ai soli dati oggetto della domanda in questione non può essere qualificato come un’ingerenza "grave" nei diritti fondamentali delle persone i cui dati sono oggetto di attenzione, poiché questi dati non permettono di trarre conclusioni precise sulla loro vita privata. Purtuttavia, la ponderazione degli interessi in gioco è sempre necessaria.

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