Revenge porn e tutela dalla diffusione di immagini private in rete: primo passo di civiltà giuridica contro un fenomeno preoccupante

Revenge porn e tutela dalla diffusione di immagini private in rete: primo passo di civiltà giuridica contro un fenomeno preoccupante

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di Pamela La Farciola

Il reato di revenge porn ha avuto il via libera alla Camera dei Deputati con un emendamento approvato all’unanimità (461 voti favorevoli e nessuno contrario) muovendo un primo passo verso un fenomeno sociale dilagante e preoccupante.
La locuzione di origine angolassone "revenge porn", o anche "revenge pornography", associa la parola "vendetta" (revenge) a quella di pornografia, lasciando intendere l'uso distorto che viene fatto di immagini e/o video privati, a sfondo sessuale, che vengono diffusi sui social network o sul web a scopi vendicativi e senza il consenso della persona ritratta.
Fenomeno preoccupante, oggetto di forte attenzione negli ultimi tempi, complice il moltiplicarsi di episodi di "vendetta porno" ai danni di innumerevoli vittime, prevalentemente donne, che si sono ritrovate violate nella loro sfera intima e hanno visto la propria immagine diffondersi in maniera "virale" senza averlo mai concesso o, addirittura, dopo essere state immortalate a loro insaputa.
La cronaca recente ha dimostrato come a perpetrare il ricatto sessuale siano soprattutto persone legate alla vittima da un rapporto sentimentale (coniugi, compagni/e, fidanzati/e), che agiscono in seguito alla fine di una relazione per "punire", umiliare o provare a controllare gli ex facendo uso delle immagini o dei video in loro possesso.
Si può trattare di selfie scattati dalla stessa vittima e inviati all'ex partner, oppure di video e fotografie scattate in intimità con l'idea che dovessero rimanere nella sfera privata.
La condivisione di tali immagini, che può avvenire in rete, ma anche attraverso e-mail e cellulari, conduce a un risultato pericoloso per le vittime: mortificazione, lesione della propria immagine e della propria dignità, condizionamenti nei rapporti sociali e nella ricerca di un impiego.
Tutto ciò può avere, in definitiva, ripercussioni molto serie sulla vita delle vittime.
Molte delle vittime di revenge porn hanno riferito che l'impatto della diffusione su larga scala di immagini scattate privatamente può essere paragonato a quello di una vera e propria violenza sessuale. L’effetto è distruttivo.
Il fenomeno ha visto una crescita esponenziale negli ultimi anni anche in Italia dove gli episodi di vendetta pornografica hanno talvolta assunto contorni drammatici, conducendo talvolta alla morte delle vittime, esasperate dalla situazione creatasi a seguito della diffusione dei propri video o scatti privati.
Il pensiero ci porta a Tiziana Cantone, giovane donna napoletana i cui video hard avevano iniziato a circolare in rete, su Whatsapp e poi su Facebook, diffondendosi con quella incontrollabile "viralità" a cui i social ci hanno abituati. Una vicenda che, nonostante la battaglia legale intrapresa a difesa del proprio diritto all'oblio, si è conclusa con il suicidio della giovane donna.
Tutto ciò rappresenta una piaga sociale e una vera e propria emergenza che recentemente ha coinvolto anche la ex presidente della commissione Giustizia della Camera dei Deputati, Giulia Sarti, le cui immagini private sono state diffuse online divenendo presto virali a causa delle incessanti condivisioni.
Un fenomeno che ha portato l’Autorità garante per la privacy a intervenire per richiamare "l'attenzione dei mezzi di informazione al rispetto della normativa in materia di protezione dei dati personali e del codice deontologico dei giornalisti".
Tali regole, ha precisato il Garante privacy in un comunicato, impongono al giornalista di astenersi dal diffondere dati riguardanti la sfera intima di una persona per il solo fatto che si tratti di un personaggio noto o che eserciti funzioni pubbliche, richiedendo invece il pieno rispetto della sua vita privata quando le notizie o i dati non hanno rilievo sul suo ruolo e sulla sua vita pubblica. Unitamente all’iniziativa del Garante privacy sono giunte numerose e unanimi reazioni di solidarietà nei confronti della deputata da parte di personalità istituzionali ed esponenti di tutte le forze politiche presenti in Parlamento.
Mentre molti paesi hanno deciso di seguire una linea dura e adottare normative ad hoc per contrastare e perseguire il revenge porn, in Italia, invece, non esisteva fino ad oggi alcuna legge specifica in materia e l'unica possibilità riconosciuta alle vittime quella di fare riferimento alla normativa sui reati di diffamazione, estorsione, violazione della privacy e trattamento scorretto dei dati personali. Ciò, tuttavia, è apparso insufficiente in relazione alla gravità e alla peculiarità del fenomeno.
Con il recentissimo intervento della Camera dei Deputati che ha approvato all’unanimità l’emendamento su revenge porn, si apre una nuova fase in materia, anche in Italia.
Cosa prevede la norma? Chiunque, dopo averli realizzati o sottratti, invia, consegna, cede, pubblica o diffonde immagini o video a contenuto sessualmente esplicito, destinati a rimanere privati, senza il consenso delle persone rappresentate, è punito con la reclusione da uno a sei anni e la multa da 5mila a 15 mila euro.
La stessa pena si applica a chi, avendo ricevuto o comunque acquisito le immagini o il video li invia, consegna, cede, pubblica o diffonde senza il consenso delle persone rappresentate al fine di recare loro danno.
Previste aggravanti se il reato è commesso dal partner o da un ex con diffusione via social: la pena è aumentata se i fatti sono commessi dal coniuge, anche separato o divorziato, o da persona che è o è stata legata da relazione affettiva alla persona offesa ovvero se i fatti sono commessi attraverso strumenti informatici o telematici.
La pena è inoltre aumentata da un terzo alla metà se i fatti sono commessi in danno di persona in condizione di inferiorità fisica o psichica o in danno di una donna in stato di gravidanza.
Il delitto è punito a querela della persona offesa. Il termine per la proposizione della querela è di sei mesi. La remissione della querela può essere soltanto processuale. Nei casi più gravi si procede tuttavia d'ufficio.
La battaglia è ancora lunga e tortuosa ma un passo in avanti è stato fatto e la direzione sembra quella giusta verso forme concrete di tutela.    

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