Professioni sanitarie, l'importanza della formazione

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È in atto un acceso dibattito nel nostro Paese sul possibile prossimo riconoscimento dell'attività sanitaria ad alcuni ambiti specialistici, a cominciare dall'osteopatia, come previsto dal cosiddetto Ddl Lorenzin che è in fase di discussione al Senato. Il primo scoglio da affrontare, però, riguarda la diffusione delle informazioni su questi argomenti, in cui si rischia di fare ancora molta confusione.

Cos'è l'osteopatia?
Se la definizione di osteopatia come medicina non convenzionale riconosciuta anche dall'Organizzazione Mondiale della Sanità è ormai data per assodata, così come il suo utilizzare pratiche 'alternative' di manipolazione di specifiche parti del corpo (in particolare la schiena, il collo e la testa) per assicurare il benessere dell'organismo, c'è ancora poca informazione sul percorso che devono seguire gli osteopati per essere abilitati alla pratica.

La formazione professionale
È vero infatti che non esiste (ancora) un corso di laurea ad hoc, ma è altrettanto vero che per esser riconosciuti tali gli osteopati devono formarsi in modo molto appropriato, scegliendo un percorso in una delle scuole di osteopatia italiane riconosciute dal Roi, Registro Osteopati Italiani, come ad esempio Tcio.it. In dettaglio, i corsi di osteopatia prevedono una formazione di cinque o sei anni, che consente di sostenere l'esame unico nazionale e di discutere la tesi specifica in osteopatia di fronte a Commissione esterna.

Un percorso di studi e pratica
Questo percorso non serve tanto ad apprendere particolari tecniche manipolatorie, come in modo erroneo si potrebbe pensare, ma piuttosto a capire ed entrare in sintonia con l'organismo umano, sentire come funziona un tessuto e imparare a interagire e relazionarsi con esso. Dettagli di primissimo rilievo quando poi si avrà a che fare con un sistema non lineare e complesso come l'essere umano.

Il riferimento dell'Oms
Il tutto è anche rispondente alle linee guida per l'insegnamento dell'Osteopatia pubblicate nel 2010 dall'Organizzazione Mondiale della Sanità, indicazioni che varie scuole internazionali - nonché, appunto, le principali italiane - hanno assunto come riferimento formativo. Solo alla fine di questo iter si ottiene la qualifica ed è possibile iniziare a praticare in modo ufficiale la professione, seguendo l'esempio di circa ottomila osteopati che risultano attivi in Italia secondo il Roi.

Il dibattito in Italia
Per quanto riguarda più nello specifico la situazione nel nostro Paese, la materia è piuttosto delicata e vive un profondo contrasto tra i fautori dell'osteopatia e i professionisti medici e fisioterapisti 'tradizionali', che spesso battagliano sull'eventuale riconoscimento della professionalità. Nonostante lo stesso Ministero della Sanità italiano abbia inserito ormai dai anni l'Osteopatia nel novero delle 'Procedure Terapeutiche' certificate, infatti, c'è ancora una certa ritrosia da parte di chi segue e attua metodi più convenzionali.

L'attenzione sul Ddl Lorenzin
L'ultimo fronte di questo acceso dibattito è appunto il Ddl Lorenzin sul riconoscimento dell’osteopatia come professione sanitaria: di recente, è stato introdotto un ulteriore emendamento che offre a laureati in fisioterapia o medicina e chirurgia di specializzarsi (per l'appunto, post-lauream) in osteopatia, con un percorso formativo ad hoc. Una scelta che ha provocato una levata di scudi da parte degli osteopati, che hanno visto in questo tentativo un 'declassamento' della loro professione.

Non sminuire l'osteopatia
Come sottolineato dalle parole della presidente del Roi, Paola Sciomachem, "l'emendamento relega e mortifica l’osteopatia a una specialistica della fisioterapia e della medicina, negando così l’autonomia di una professione sanitaria, dimostrata da evidenze scientifiche e dalla ricerca, e che necessita di una formazione specifica per l’acquisizione delle abilità proprie dell’osteopata".

Anna Capuano

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