Pandemia, considerazioni ad alta voce

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di Domenico Carola *

Secondo le previsioni del Viminale la pandemia da SARS-CoV -2 presenterà nei prossimi giorni ulteriori criticità. In tale contesto, continueranno a rilevarsi in tutti noi sentimenti di angoscia e particolari necessità di assistenza, si potranno accentuare momenti di tensione, gli atteggiamenti di irresponsabilità, le condotte non consone, la diffusione di notizie non controllate e prive di fondamento.

Sullo sfondo di una situazione che si presenta molto complessa, tali fenomeni rendono la gestione della situazione, per quel che riguarda il nostro lavoro, ancora più difficile e gravosa. Ad un operatore di polizia si richiedono, in tali situazioni, molte doti: preparazione, equilibrio, generosità, resilienza, spirito di sacrificio.

Sebbene gli strumenti che l'Amministrazione ha messo a disposizione affinché queste doti costituiscano bagaglio di ogni operatore non siano sempre stati pienamente adeguati o perseguiti con un programma sistematico e razionale, rispondendo talvolta a condizioni emergenziali, i risultati del lavoro svolto fino ad ora sono stati straordinari.

Il permanere delle situazioni e delle difficoltà, che si protrarranno ancora per un tempo non breve, impone tuttavia di centrare l'attenzione su alcuni aspetti importanti, che devono rappresentare lo sfondo di riferimento comune di tutti gli interventi e le attività che dovranno essere ancora garantite.

Il primo aspetto è rappresentato dalla conoscenza delle indicazioni e delle misure di comportamento vigenti e dalla piena adesione dei comportamenti lavorativi e non alle stesse. Nelle ultime settimane la diffusione del virus è di gran lunga predominante in ambito familiare e comunque extralavorativo, situazioni in cui vengono facilmente meno le cautele e le norme di profilassi.

Spesso, nella nostra comunità, il momento di contagio è rappresentato da occasioni (pausa pranzo, riunioni conviviali, ecc.) in cui l'attenzione è minore, con meccanismi che, seppure comprensibili nelle loro dinamiche, finiscono per esporre all'infezione, in una unità di tempo, più dipendenti di uno stesso settore; ciò finisce per compromettere ancor di più la funzionalità degli uffici in un momento così particolare.

Frequente, pure, durante l'attività di contact tracing svolta dagli uffici sanitari, il rilievo di comportamenti non conformi alle misure di profilassi durante il servizio: a tali comportamenti. al di là dei possibili profili disciplinari, consegue l'adozione dì un numero elevato di provvedimenti di quarantena, con ulteriore depauperamento della forza disponibile.

Ritengo richiamare fortemente la necessità di aderire alle misure di comportamento semplici e note (distanziamento, utilizzo della mascherina, igiene delle mani) e di intervenire nei confronti di coloro che mostrano atteggiamenti non consoni alle stesse. Se ci si adegua a tali comportamenti, la qualificazione di "contatto stretto" è relegata a casi del tutto particolari e straordinari.

Il secondo aspetto, forse preliminare al precedente, su cui sì richiama l'attenzione, è l'atteggiamento corretto davanti alle misure di contenimento dell'infezione.
Da questo punto di vista, tutte le iniziative, le misure, i protocolli le circolari emanate sono stati rigorosamente ispirati a criteri di scientificità e di affidabilità, evitando ogni misura di non comprovata e documentata evidenza tecnica e professionale.

Ogni intervento è stato peraltro contestualizzato, a differenza di quanto avvenuto in altri contesti lavorativi, alla specificità attività prestata dagli operatori dì polizia e ha potuto essere continuamente monitorato, nell'efficacia, dai rilievi epidemiologici garantiti, sin dall'inizio, dagli uffici sanitari. 

Una precisazione, tuttavia, è d'obbligo: i protocolli emanati (quali, ad esempio, quelli per definire i cosiddetti contatti stretti, il tipo di accertamento da eseguire, il tempo in cui è preferibile effettuare il tampone naso-faringeo, le modalità del rientro in servizio dopo la quarantena o la malattia), per quanto rigorosi e dettagliati, non potranno mai rappresentare strumenti che rendono l'intervento del medico meramente esecutivo ed acritico. Se così fosse, tale professionalità potrebbe essere agevolmente sostituita da figure senza competenze specifiche.

In realtà, tutti i protocolli e le linee guida, che si fondano sull'esame delle prove disponibili al momento, all'interno del modello di medicina basata sull'evidenza, indicano tutte le possibili opzioni di intervento e contengono algoritmi decisionali o di calcolo da elaborare per la scelta concreta, che resta del singolo professionista e che richiede specifiche competenze ed esperienza.


Le richieste e i protocolli che uniformino in maniera assoluta ogni azione e decisione sembrano invece muovere dall'errata convinzione che esistano azioni e interventi "universali'', semplici e vincenti, per l'eliminazione del rischio o per la sua massima attenuazione.
È bene riflettere, invece, sul fatto:
che le linee guida tracciano percorsi vari da seguire in base alla disponibilità dei dati, alla presentazione del caso concreto, all'analisi di tutte le molteplici variabili che si presentano inevitabilmente; che la decisione finale, sulla base di una elaborazione intellettuale e non esecutiva né automatica, spetta solo a chi ne detiene le competenze professionali e, conseguentemente, ne risponde anche in termini di responsabilità; che la rapida evoluzione della pandemia e delle conoscenze ad essa correlata impongono modulazioni ed integrazioni altrettanto veloci.

La conoscenza di tali dinamiche dovrebbe comportare un atteggiamento di affidabilità e di fiducia da parte dei non addetti ai lavori, evitando iniziative, improvvisazioni, protagonismi non qualificati, comunicati pubblici che finiscono per alimentare un clima di incertezza e di confusione che non giova alla gestione di situazioni già critiche di per sé e non aiuta chi ne è responsabile.

Il terzo aspetto da affrontare in questo momento è l'approccio psicologico dell’operatore di polizia. La seconda fase della pandemia, riproponendo temi e scenari che si pensava fossero definitivamente superati, può acuire senso di scoramento e di rassegnazione in ogni persona. Per chi svolge professioni d'aiuto, come per operatori sanitari e di polizia, il continuo far fronte a contesti emergenziali può ingenerare un senso di impotenza e di esaurimento funzionale ed affettivo.

E’ importante essere consapevoli che la pandemia finirà comunque nei prossimi mesi e che, al di là del numero dei contagi, il decorso della malattia non è critico nella maggior parte dei casi, pressoché costantemente in assenza di note condizioni predisponenti.

E’ allo stesso modo necessario ricordare come i possibili interventi di un operatore dedito al soccorso di terzi, nelle condizioni di emergenza, sia per definizione deficitario rispetto alle richieste; tuttavia, allo stesso modo, la quota di quello che può concretamente fare rappresenta un'azione irrinunciabile e importantissima ed è a quello che si è fatto che si dovrà pensare alla fine del servizio, non a ciò che non è stato possibile fare.

Non servono atteggiamenti di stoicismo e di sovraesposizione: salvaguardare il proprio stato di salute in questa fase è prioritario anche per la tutela dei propri cari, dei colleghi e della popolazione. Da questo punto di vista si ribadisce perentoriamente l'indicazione a non recarsi in servizio ogni qualvolta siano presenti sintomi che possano essere correlati a COVID-19 e si richiama la necessità di aderire strettamente alle procedure di profilassi raccomandate: i corretti modelli e di comportamento costituiscono, oltre che strumenti per tutelare la propria salute, un esempio per tutta la popolazione.

*responsabile dell'Osservatorio del Codice della Strada, settore de 'Il Quotidiano del diritto on line' de 'Il Sole 24 Ore'

 

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